Genealogia della vergogna

scritto da Nina D.
Scritto 3 mesi fa • Pubblicato 3 mesi fa • Revisionato 3 mesi fa
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Immagine di Nina D.
Autore del testo Nina D.
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Uno dei mille modi per metabolizzare il lutto. Ho pensato di pubblicarlo nella speranza che qualcuno si senti meno sol? ad affrontare il lutto o rapporti familiari complessi.
- Nota dell'autore Nina D.

Testo: Genealogia della vergogna
di Nina D.

Il 17 luglio 2025 mia nonna si è spenta.
Il giorno della sua morte è stato un punto di rottura nella mia testa e nei meccanismi che mi tenevano in piedi. Da allora, ho iniziato ad annaspare. Ho avuto questa realizzazione prima della lezione di yoga. È davvero imbarazzante ora che ci penso.

Il rapporto con mia nonna non è stato strappalacrime, né ideale. Se c'è una cosa che ho fatto in questi mesi è riflettere su come sto al mondo e per poco non ho perso conoscenza quando ho notato che tutto ciò che mi stava stretto di mia nonna corrisponde a ciò che odio di me. Mia nonna è il mio estremo.

Mia nonna ha sempre avuto paura di essere percepita. Aveva la vergogna intrinseca, frutto del concetto di onore dei paesini negli anni del dopoguerra. Non ha mai comprato dei dolci o sfizi per sé perché pensava a come le persone l'avrebbero guardata se avesse girato con una teglia di sfogliatelle in mano. Se avesse avuto dei figli in casa, allora il sacrificio nel mettere piede fuori sarebbe stato giustificato. Ma da sola? Senza un motivo evidente? Mai.
Un bisogno continuo di spiegazioni tangibili, intrinsecamente connesso alla paura. Mia nonna aveva paura di tutto.. O meglio, tutto ciò che non c'è ad Arzano. Quindi tutto. Era abitudinaria e quando si recava su per lo stivale da mia zia, neanche andava al Conad a comprare un pezzo di pane. La diversità la stordiva come fosse un eccesso di informazioni nuove che lei faticava a processare, anche dopo anni.
Allo stesso modo, io mi sento la più cogliona d'Italia se provo a chiedere due fette di focaccia in panetteria.
La vergogna genealogica, avrebbe detto Arcan.

Mia nonna ha sempre giudicato tutti i corpi, compreso il mio, perché in primis giudicava il suo. Era contenta se scovava qualcuno più grasso di lei e lo diceva apertamente.
Io, consapevole della bassezza di questo pensiero, taccio. In cuor mio, però, mi sento sollevata se, in una stanza, c'è gente meno conforme di me. Mi fa sentire al sicuro perché credo, erroneamente, di non essere più nel mirino del giudizio altrui.

Mia nonna parlava troppo e velocemente, spesso non rendendosi conto di cosa sputava fuori la sua lingua tagliente.
Io, d'altro canto, penso e giudico tanto, ma senza mai aprire bocca. Sono più vigliacca? O più prudente?

Mia nonna non sapeva stare da sola e, quando è morto mio nonno, non ha saputo più vivere allo stesso modo. Ci ha messo anni ad adattarsi, ma la solitudine è sempre stato il tumore più aggressivo per lei. Lo diceva senza filtri. Mi raccomandava di non rimanere mai da sola ed io, sotto sotto, trovavo tragico pensare ad una mia possibile solitudine. Ora che so cosa significa, ne comprendo la natura spietata. Sentirsi soli da dentro.

Nonna ha sempre amato il bello, il raffinato e tutto ciò che era elegante e glamour. Serviva ad innalzare il suo status, almeno all'apparenza. Spesso, al mare, ci hanno chiesto se fosse straniera perché si comportava come i turisti provenienti da nazioni prive di mare e di sole: costume, copricostume, ciabatte, cappello, occhiali, tutto en pendant. Era lì per sfilare quasi. Si truccava, abbinava gioielli e se ne prendeva cura minuziosamente.
Per anni, ho respinto la vanità da lei ereditata. La società inculca in ognuno di noi un'equazione ben precisa: grasso equivale a brutto e poco curato. Una bambina sovrappeso come me non meritava lo sfarzo. Il mio corpo sformato non era autorizzato ad essere abbigliato, né a sentirsi bene. Darmi il privilegio della vanità pareva uno sfottò. Ero pretenziosa.
Riscoprire, in età adulta, l'amore per il colore, gli abbinamenti, le mille collane accostate a pendenti drammatici mi causa vergogna. La vanità di mia nonna, da me giudicata, era in realtà la proiezione del mio sentirmi di troppo.

E ancora, il suo rubare frasi da riviste e TV per percepirsi ed essere percepita come elegante, la precisa attenzione nello scrivere a mano, fino a pochi giorni prima della sua morte, biglietti di auguri per tutti. Io, che per anni mi sono arricchita di conoscenza e parole vane per sentirmi, almeno in qualcosa, meglio degli altri, rigettavo questa somiglianza impressionante.
Così come rigettavo i movimenti goffi, l'andatura incerta, le gambe grosse, i fianchi ampi, il tonfo del mio corpo che si siede.
Puntare il dito allo specchio è anche questo. Lei il mio estremo. La mia esistenza non è altro che un'estensione delle donne del mio lignaggio, susseguite negli anni, coniugate in modo differente, ma simili nella sostanza.
Mentre lascio cadere il mio corpo all'indietro sul tappetino di gomma blu, sento il tonfo di mia nonna e mi pare di averla inghiottita. O che sia accanto a me o fuori che mi aspetta.

Non si scompare mai completamente. L'anima resiste alla materialità della carne.
Ciao nonna
Baci baci, come dicevi.

Genealogia della vergogna testo di Nina D.
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